Ho divorato giornali come popcorn da quando avevo diciassette anni e lavoravo come apprendista-“negro” nelle tipografie.

Negli ultimi quarant’anni ho letto una media di otto quotidiani al giorno, con interesse decrescente negli ultimi tre anni. Ho comprato all’incirca centoventimila giornali nella vita (senza contare i periodici). Calcolando 1 euro a copia, ho investito sul Corriere, il Manifesto, la Repubblica, Il Giornale, La Stampa , il Sole 24 ore, L’Unità, il Messaggero e -ultimamente- Il Fatto, il costo di un due camere e cucina (che non ho) in zona semicentrale: circa 120-130 mila euro. In compenso mi sono fatto una casa di giornali che il mio cervello s’è bruciato.

Ma ho goduto. Alzarsi all’alba e attendere la copia appena uscita dalla tipografia (sapere tutto e prima degli altri) da giovane mi eccitava quanto Brigitte Bardot. Ricordo pezzi memorabili di Pasolini, Montanelli, Afeltra, La Capria, Citati, Ettore Mo, Tiziano Terzani, la Fallaci, e tanti altri mae! stri. Mi hanno spiegato come andava il mondo, com’era andato fino all’altro ieri, e che cosa ne sarebbe successo di noi in futuro. Era bello vivere sapendo.

A un certo punto questo giocattolo si è rotto. Non trovavo più quell’aroma di avventurosi saperi. Dai fogli svolazzanti non si sprigionava che un’ottusa malinconia e una sporca vita. L’Italia di cui si scriveva mi restava incrostata addosso, come fango secco, non se ne andava più via. Questo è accaduto all’incirca tre, quattro anni fa, ma era da tempo che mi andavo smarrendo nei giornali.

Voglio dire: non c’erano più, quasi del tutto, le sentinelle, quegli avamposti dell’intelligenza che sono i giornalisti di razza. Naturalmente mi sono chiesto se non fosse colpa mia, un disinteresse esistenziale, una svogliatezza adulta e un po’ cinica, un maturo disincanto. Ma non lo credo, perché in tal caso non sarei più stato capace neanche di scrivere romanzi, e proprio in questi giorni ne sto attaccando uno nuovo. Né si può dire che la cultura sia assente dai giornali, al contrario, ven’è perfino troppa, nel senso che faccio fatica io stesso – gran lettore – a riprovare quella ebbrezza curiosa di un tempo nel leggere certi titoli così raffinatamente specialistici, gelidi, da master dei più astrusi saperi, che riscontro nel domenicale del 24 ore, per esempio, o nelle paginate di “Repubblica”.

D’accordo, invecchiando un pochino ci si rincitrullisce, e per chi fuma come le locomotive di una volta, l’ossigeno area poco il cervello. Fatto sta che da tre settimane, uno dei più generosi “piccoli azionisti” dei quotidiani d’Italia, s’è definitivamente stufato. Stufato come un manzo bollito di quel che dice e smentisce il premier, dello scandalismo, della “nera” gridata, dei pettegolezzi sul calcio o sulla Ventura, mi sono avvilito dell’assoluta e trasversale mancanza di senso dello Stato nella classe politica, quel malinconico Napolitano che firmi o non firmi mi infonde comunque un senso di vecchia, disperata resa all’arrembaggio delle istituzioni, mi sono avvilito nel leggere ogni santo giorno che chiunque entri nel grande giro (persino Bertolaso che stimavo) non si fa mancare un giro di giostra, vuoi una casa della Santa Sede, vuoi una velina o una mazzetta.

Ma perché un cittadino italiano dovrebbe farsi carico di tutta questa porcheria? E con mio sommo stupore, un mattino, mi sono dimenticato di fermarmi all’edicola. C’erano i telegiornali a inseguirmi e le news su Internet a non farmi mancar nulla di questo bollito Paese. Ed è come se da tre settimane stessi immobile sotto la doccia, mentre l’acqua fresca si trascina via le incrostazioni di questi anni grevi. Ora ho bisogno di quella vita che si misura in secoli. I miei maestri sono Shelley, Leopardi, Seneca. Meritano ancora titoli da prima pagina. Le loro notizie sono più fresche che mai. E vengono via per meno di un cespo di banane, quattro euro a tascabile, meno di Panorama con l’inserto cellofanato sui “danni” della sinistra e di D’Alema.

Diego Cugia – da Movimento degli Invisibili

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Basta, c’è un limite a tutto.
Non si può seguitare a mortificare Claudio Scajola.
Già dev’essere umiliante venire scaricato da uno come B, che in vita sua non ha mai scaricato nessuno, anzi ha sempre caricato di tutto. Figurarsi come deve sentirsi, lui che non è neppure indagato, ora che viene promosso ministro del Federalismo l’imputato Aldo Brancher, l’ex prete paolino poi spretato e divenuto dirigente della Fininvest e dunque deputato di Forza Italia.
No, non si fa così. Ma come: cacciano dal governo un pover’ometto che s’è soltanto fatto pagare la casa da un altro, per giunta a sua insaputa, e poi aprono le porte a uno rinviato a giudizio per lo scandalo Bpl-Antonveneta? Ma allora lo dicano che vogliono provocare. Fra l’altro la signora Scajola ha fatto sapere che, se il marito s’è finora avvalso della facoltà di non rispondere, è stato per non inguaiare “gente più compromessa di lui”.
Chissà se conviene contrariarlo: e se poi parla? Potrebbe esplodere una rissa nell’ora d’aria del Pdl, simile a quella che sta dilaniando l’Udc col simpatico scambio di vedute tra il senatore Cintola (indagato perché mandava l’autista con l’auto blu a comprargli la coca) e il segretario onorevole Cesa (arrestato nel ’93 per una trentina di mazzette, mise a verbale: “Ho deciso di svuotare il sacco”).
Appena Cesa ha sospeso Cintola dal partito, Cintola – suo affezionato biografo – ha replicato: “Cesa dovrebbe sospendersi da solo, con tutto quel che ha combinato”. Ora non vorremmo che la guerra fra impresentabili riesplodesse nel centrodestra a proposito della biografia di Brancher. Il 18 giugno 1993, quand’era il vice di Confalonieri alla Fininvest Comunicazioni, fu prelevato e sbattuto a San Vittore su richiesta del Pool di Milano, in base alle accuse di Giovanni Marone, segretario del ministro della Malasanità Francesco De Lorenzo: “Brancher venne da me a nome della Fininvest per raccomandarsi che le venisse riservata una maggiore fetta di pubblicità nella campagna anti-Aids (sulle reti Fininvest, ndr). E quando questo privilegio fu realizzato, mi fu riconoscente pagando 300 milioni in due rate”: 300 a Marone e 300 al Psi.
Brancher restò in carcere tre mesi e, per trasmettergli la consegna del silenzio, B. ricorse al paranormale: “Quando Brancher era a San Vittore – ha raccontato il Cavaliere – io e Confalonieri giravamo in auto intorno al carcere per metterci in comunicazione con lui”. La telepatia funzionò: Brancher tenne la bocca chiusa.
Fu poi condannato in primo e secondo grado a 2 anni e 8 mesi per finanziamento illecito e falso in bilancio. Poi, in Cassazione, il primo reato cadde in prescrizione, mentre il secondo fu amorevolmente depenalizzato dal governo Berlusconi, di cui era sottosegretario lo stesso Brancher. Il quale, nel 2005, torna sul luogo del delitto: la Procura di Milano trova un conto alla Banca Popolare di Lodi intestato alla sua compagna Luana Maniezzo con un affidamento e una plusvalenza sicura di 300 mila euro in due anni. Un regalino di Fiorani, come spiega lo stesso banchiere ai pm: “Con Brancher ho avuto diversi rapporti economici: una somma nel 2003 sul conto di Luana Maniezzo; nel 2004 100 mila euro che ho consegnato in ufficio a Lodi per ringraziarlo per l’attività svolta in Parlamento per aiutare Fazio; 100 mila euro nel 2005 a Roma; 200 mila euro a Lodi quando ho consegnato la busta a Brancher che la doveva dividere con Calderoli … che aveva bisogno di soldi per la sua attività politica”.
Il 26 giugno sarebbe dovuto iniziare al Tribunale di Milano il processo a suo carico per appropriazione indebita, processo finora rinviato per i suoi impedimenti parlamentari (tipo una imprescindibile missione alla Fiera di Hannover).
Ma niente paura, ora che è ministro il processo non partirà nemmeno, grazie alla legge sul legittimo impedimento. L’amico B. l’ha salvato appena in tempo. E il capo dello Stato, nelle cui mani questo bel giglio di campo ha giurato ieri, ha fatto finta di nulla.
Chissà com’è felice Scajola.

Marco Travaglio – il Fatto 19 Giugno 2010

PS
Non me ne voglia Travaglio, ma i ritengo che i sui articoli su “il Fatto” siano troppo importanti per rimanere “rinchiusi”.

Se è vero che, come dice il Vangelo, “dai frutti conoscerete l’albero”, c’è una normetta nella legge-bavaglio che descrive meglio di qualunque altra l’albero al quale (ci) siamo impiccati da 16 anni. E’ l’articolo 6-ter: “Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati…”.  E’ copiato pari pari dal Piano di Rinascita Democratica della loggia P2, scritto da Licio Gelli e dai suoi consulenti a metà degli anni 70 e rinvenuto nel 1982 nel doppiofondo della valigetta della figlia del Venerabile: “Ordinamento giudiziario: le modifiche più urgenti investono: (…) il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari…”.  Ora, è fin troppo facile capire perchè questa gentaglia non gradisce che si conoscano atti giudiziari e intercettazioni. Ma che fastidio possono dare il volto o il nome del tale o del talaltro magistrato? Domanda ingenua: oltre che mascalzoni, questi qua sono anche inguaribilmente mediocri. Sanno di non avere una reputazione, una credibilità, una rispettabilità. La loro faccia ha lo stesso prestigio del loro culo. Nessuno crede alla loro parola, continuamente smentita, rettificata, rimangiata, tradita. Possono sopravvivere soltanto se, intorno a loro, sono tutti come o peggio di loro. Se emergono figure autorevoli e popolari, esse diventano immediatamente una minaccia per l’intera banda. Perché poi, quando parlano, la gente dà loro retta. E, se criticano la banda, questa ne esce inevitabilmente con le ossa rotte.  Nonostante le minacce, le aggressioni, le calunnie e i cedimenti interni, la magistratura conserva ancora un consenso intorno al 50 per cento, mentre quella della classe politica langue nei pressi del 10. Se un magistrato o un ex, meglio ancora se carico di onori per la lotta al terrorismo e/o alla mafia e/o alla corruzione, tipo Caselli, Colombo, Borrelli, Greco, Davigo, Scarpinato, Ingroia, Spataro, Maddalena, Almerighi, dice che una legge è una porcheria e ne spiega le conseguenze nefaste per la sicurezza dei cittadini, questi credono a lui e non agli Al Fano, Ghedini, Cicchitto, Gasparri, gente che basta guardarla in faccia per farsi una risata.  Vent’anni fa, quando parlavano Falcone e Borsellino, c’era poco da discutere: non perché fossero infallibili, ma perché si erano conquistati il prestigio sul campo. Tra un Falcone e un Carnevale, la gente non aveva dubbi: l’uno era famoso per aver arrestato il Gotha di Cosa Nostra, l’altro per aver annullato centinaia di condanne di mafiosi. I giudici piduisti, quelli dei porti delle nebbie, invece, erano maestri dell’insabbiamento, e campavano sereni proprio grazie al silenzio complice della stampa di regime. Quando i loro nomi finirono sui giornali, dovettero battere in ritirata.  Per questo Gelli, che vedeva lungo, voleva cancellare i nomi degli uni e degli altri dai giornali.  Per questo il suo degno allievo, che ha superato il maestro (venerabile), ne vuole cancellare oggi i nomi e i volti: perché confondere tutti i giudici, quelli che indagano e quelli che insabbiano, in un unicum grigio e indistinto.  E’ la stessa logica che sta dietro la delegittimazione di giornalisti liberi e popolari come Montanelli e Biagi (“convertiti al comunismo”), di scrittori disorganici e amatissimi come Saviano e Camilleri (“fanno i martiri per i soldi”), di attori e registi anti-regime (“fannulloni pagati dallo Stato”) e dei volti più noti della tv (Santoro, Dandini, Fazio, da sputtanare con i loro compensi nei titoli di coda).  Il potere dei mediocri è sull’orlo di una crisi di nervi e in piena sindrome di Salieri (si fa per dire, quello era un fior di musicista) dinanzi ai Mozart della magistratura, del cinema, dell’arte, della letteratura, del giornalismo. Li avverte come una minaccia, perché sa che, quando il Menzognini di turno non riesce a coprirne la voce, la gente li ascolta.  In fondo, è un buon segno: questa gentaglia è alla canna del gas.

Mi permetto di ospitare, sul mio modesto blog, la lettera aperta che la scrittrice albanese Elvira Dones ha scritto al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle “belle ragazze albanesi”. Per chi non ricordasse:  qui potete trovare il video.

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NATA FEMMINA

Egregio Signor Presidente del Consiglio,

le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humour ha toccato persone a me molto care: “le belle ragazze albanesi”.

Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che “per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione”.

Io quelle “belle ragazze” le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia.

Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate.

A “Stella” i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana.

Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede.

Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi.

Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri.

E’ solo allora – tre anni più tardi – che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.

Ai tempi era una bella ragazza, si.

Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna.

Quel “puttana” sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.

Sulle “belle ragazze” scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato.

Anni più tardi girai un documentario per la TV svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi.

Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato.

E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia.

Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E’ una storia lunga, Presidente …

Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei.

Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.

In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo.

In questi vent’anni di difficile transizione l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta.

L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite.

Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

Questa “battuta” mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso , ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi. Mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch’io a tutte le donne albanesi.

Merid Elvira Dones

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PS:
Tutte le persone che ricevono la presente comunicazione spero sentano l’ obbligo civile e morale di trasmetterla ad altre persone.

Uno di Noi. Ma anche No.

Pubblicato: 29.05.2010 in Politica, Protesta

La Tempesta

In questo Sabato sonnacchioso ed accucciato, una Tempesta ha destato l’attenzione degli Amici di Twitter. La notizia è di quelle succulente, che non ti aspetti. Una notizia di quelle che ti stampano in faccia un sorriso Beato (per te che sai)  e un po’ Beota (per quelli che ti stanno accanto e “non sanno”):

Sandro Bondi ha aderito all’iniziativa #noalbavaglio.
Una forma di Protesta Civile che da qualche giorno sta tingendo di Giallo la Timeline italiana di Twitter.
Anzi NO.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza, nel caso si dovesse scatenare davvero la solita Tempesta contro i Social Network e la loro “presunta Pericolosità”.

I Fatti

Oggi, 29/05/2010 alle ore 14:14, è stato inviato pubblicamente un messaggio, via Twitter, all’utente @sandrobondi. Nei 140 caratteri permessi da Twitter si chiedeva, nel modo più gentile e rispettoso possibile, la disponibilità ad aderire all’iniziativa #noalbavaglio (ecco l’originale).

A breve appare sulla Timeline la risposta di @sandrobondi

Ed ecco spuntare all’orizzonte i Nuvoloni Neri della Tempesta contro la Rete. Sorvolando i preamboli dell’impianto accusatorio, arriviamo direttamente al sodo. La sentenza. “No all’anonimato sul Web”.

A questo punto l’incredulità e la sensazione di vivere in un Universo Parallelo, bussano alla porta di ogni buon Internauta. E la domanda nasce spontanea: “Dov’è il nesso tra l’Anonimato e quanto avvenuto?”.
Semplice: non c’è!
Il messaggio di invito era Pubblico, riportava la Firma dell’Autore ed era completo di Coordinate Geografiche relative al luogo del reato.

L’analisi

Vediamo più in dettaglio cosa può aver portato a tutto questo:

  1. Il Ministro Sandro Bondi ha, per errore, fatto click sul link contenuto nel messaggio/invito, ritrovandosi trascinato a forza nell’Onda Gialla della protesta #noalbavaglio. NO. Il collegamento incriminato porta semplicemente alla pagina di presentazione della protesta. Per potervi aderire bisogna dare volontariamente il proprio consenso inserendo username e password del proprio account Twitter (o Facebook).
  2. Il Ministro Sandro Bondi, colto da compulsione alla Libertà, ha aderito volontariamente alla protesta #noalbavaglio, dovendo poi negare  prontamente il tutto per “Dovere di Partito”. FORSE. Cosa volete, sono un incorreggibile ed ingenuo romantico che crede ancora a Babbo Natale.
  3. Il Ministro Sandro Bondi ha condiviso con altri soggetti i propri dati di accesso a Twitter. Dati che dovrebbero essere custoditi con la massima attenzione, soprattutto da parte di una cosi importante carica dello Stato. SI. Purtroppo credo che quest’ultima sia l’origine della Tempesta.

A questo punto mi domando come possa, un Ministro del nostro Governo, condividere con tanta leggerezza informazioni strettamente riservate. Informazioni che, se nelle mani sbagliate, permettono di inviare in tempo reale al Mondo intero, messaggi riportanti la sua faccia e la sua firma. Personalmente trovo la cosa inquietante (dopo un primo momento d’ilarità – lo confesso).

Più accorto e scaltro il Ministro Renato Brunetta (@renatobrunetta) che, pur avendo ricevuto lo stesso invito, non ha risposto. Ma, come si dice in questi casi, il Sole è ancora alto …

Per chiudere

Ringrazio per la segnalazione di quanto avvenuto:

Patrizia Spinelli
Marco Menu

Un ringraziamento particolare all’ideatore dell’iniziativa #noalbavaglio:

@insopportabile

Per chi volesse ulteriori informazioni circa la protesta #noalbavaglio, e aderirvi volontariamente (mi raccomando, eh), qui è possibile trovare tutto il necessario.

Passo e chiudo

I canali comunicativi, ed in particolar modo la capacità dell’Essere Umano di pensare e di parlare, sono doni della Natura. Per questo è impensabile imporre un qualsivoglia bavaglio. Non c’è nessuna legge, dell’uomo, capace di fermare tale dono! Proprio perchè si tratta di una capacità e di un’esigenza naturale, l’essere umano si ribellerà ad essa con le unghie e con i denti.

[Hamid Barole Abdu]

Mi chiamo Diego Cugia, detto Jack Folla, facevo l’autore, lo facevo alla radio e alla Tv, fondai un movimento, “Gli invisibili”, talmente invisibili che se ne vedono pochissimi, parlo di me al passato, sono estinto come le foche monache o le betulle nane, da più di tre anni non posso mettere piede in una radio o in una televisione di questo Reame, sono estinto perché qualcuno ha usato l’estintore, infatti certe parole bruciano, lasciano ustioni sulla coscienza e le ustioni son brutte da vedere, e allora bisogna spegnerle le parole, come si fa per estinguere le fiamme.

Estintore e silenziatore sono gli strumenti della dittatura mediatica, di questo fascismo sottile, i nuovi pompieri del potere hanno sostituito manganello e olio di ricino, oggi non serve spedire i dissidenti al confino, da noi basta e avanza un clic, una lucetta rossa che si spegne, uno studio radiofonico vuoto, buio, un microfono col cappuccio, non sei più in onda, così sei isolato, sei zombie. E “Zombie” è stato il titolo del mio ultimo programma alla radio, Radio24, perché a Radiorai mi avevano già estinto, adesso sono definitivamente scomparso, amen. Io non sono un eroe, né un martire, ero solo un italiano che parlava con sincerità.

Da bambino mio nonno alla domenica mi portava lassù, sulla terrazza del Pincio. Mi portava a vedere il teatrino di Pulcinella. Pulcinella veniva preso a manganellate in testa dal carabiniere e moriva. E da morto strillava: “A carabiniè!” Dio mio quanto mi piaceva questa battuta. Allora il carabiniere gli diceva: “Zitto, sei morto, e i morti non parlano.” E Pulcinella rispondeva: “E io voglio parlà!” Ecco, oggi Gino Strada mi ha risorto e io voglio parlà. Ma non di me, chi se ne fotte di me, l’io fa schifo, io-io-io il raglio dell’asino, no, voglio parlare delle parole, che in Italia non sono più quelle di una volta, come mio nonno diceva delle stagioni. Per esempio proprio queste: le parole martire o eroe.

Un mercenario armato fino ai denti, con un elevato ingaggio economico, che veniva ucciso in zona di guerra, un tempo era un soldato professionista morto nell’espletamento del suo dovere. Che nel caso di un soldato è il dovere di uccidere. Un mestiere (per questo li pagano tanto) che mette in conto l’eventualità contraria, quella di essere ucciso. Da noi, invece, oggi un mercenario morto in guerra armato fino ai denti è un eroe.

Ai tempi in cui nonno mi portava a vedere Pulcinella, -mio nonno era siciliano- mi educava al concetto che i mafiosi erano gentaccia, mala pianta, delinquenti. Oggi il genitore politico di tutti noi italiani, il presidente del consiglio, ci educa al concetto che un mafioso di nome Mangano è un eroe.

Ma da qualche giorno, in Italia, è accaduto qualcosa di clamoroso, qualcosa che ha scombinato definitivamente il mio sistema di valori, tanto che mi sto rivoltando nella tomba. (Tra parentesi sono sepolto qui a Roma, se volete portarmi un fiore sto in via Salaria, a Villa Ada, la prima panchina a destra). Che vi stavo dicendo? Ah si. Il fatto clamoroso. Prima però devo fare una doverosa premessa. Come tutti gli scrittori io ero un narcisista di merda. E’ brutto, è puzzolente essere narcisisti, e ci sono cascato anche stavolta, da resuscitato, porca pupazza l’ho rifatto, vi ho parlato di me, di mio nonno, di Pulcinella e di quella cosa perduta che amo più di una donna perduta: la radio. Ma proprio perché ho questo difetto…proprio perché sono un narcisista, un egoista… io amo chi ama gli altri. Io amo chi si dona. Chi rischia la propria vita per salvare quella degli altri, ecco, quello per me è un eroe. Un faro, un esempio, un modello da imitare.
E per tutta la vita mi sono schiaffeggiato dicendo “Impara da questi, scordati del tuo stupido te stesso, donati, datti agli altri e poi dimenticalo.”

C’è un bellissimo verso di un poeta francese, René Char, dedicato agli scrittori, che dice “Affrettati a trasmettere la tua parte di meraviglioso, di ribellione, di amore, e poi disperditi con la polvere. Nessuno saprà la vostra unione.”

Fine della premessa. Allora cos’è successo di nuovo, di clamoroso in Italia? Quale altra parola ha mutato radicalmente senso? Una delle nostre più belle parole, una di quelle che gli italiani dovrebbero lucidare come l’argenteria di casa: volontario. Volontario: il contrario del narcisista.

Fra i miei ricordi di zombie ce n’è uno che mi è particolarmente caro. Quand’ero Jack Folla una ragazza chiese d’incontrarmi prima di partire da volontaria per un Paese africano. Venne a trovarmi qui a Roma. Aveva appena 19 anni, dei sandali da frate, una gonnellina a fiori, e degli occhi così azzurri che il cielo stesso, a guardarli, si sarebbe dovuto vergognare. Stava partendo per andare a dare una mano in un ospedale dei padri comboniani. “Ma vai così, a Fiumicino, adesso, da sola?” Questa piccola infermiera fece la faccia di chi scende un momento da casa per prendere il latte. “Certo. Perché?” E’ morta di Ebola pochi mesi dopo. E in Italia lo sappiamo in tre: il suo ragazzo, sua mamma e io.

Anche per questo, da allora, sono amico di Emergency. Perché stimo queste persone nate per donarsi che poi si sperdono con la polvere, in un’unione di fuoco. E non c’è estintore che tenga. Le loro vite sono grandi notizie accese eternamente che la televisione non ci dà, ma che ci colmano di senso la vita. Perché sono le loro vite che ci danno forza. A me per esempio, da’ forza che esista Gino Strada, e migliaia e migliaia di volontari di Emergency e che ci siate tutti voi, per loro, in questa piazza. Ho dunque appreso dalla televisione italiana che anche questa parola, volontario, nel loro nuovo vocabolario, è cambiata. Ho sentito un ministro, appena saputa la notizia dei tre operatori di Emergency portati via dai servizi segreti afghani (perché, secondo loro, stavano ordendo un attentato), un ministro che ha detto, qualora la notizia si fosse rivelata vera, che si sarebbe vergognato di essere italiano, laddove non si era affatto vergognato di proclamare eroe un mercenario armato fino ai denti. La novità di oggi, quindi, il nuovo sinonimo italiano, è che i volontari sono “terroristi”. I mafiosi eroi di cui vantarsi, i mercenari martiri di cui andare orgogliosi, e i volontari di Emergency terroristi di cui vergognarsi. Neanche Pulcinella l’avrebbe sparata così grossa. Ma in Tv l’hanno confermata: “I tre volontari hanno confessato! HANNO CONFESSATO!”. Chirurghi bombaroli. Non ci si crede. Anche le cazzate non sono più quelle di una volta.

L’altra sera, ad Annozero c’era coso, non mi ricordo mai il nome, quello che si chiama come il burro danese che ho in frigorifero: Lutpak. Ah, no, Luttwak. Ecco Luttwak- faccia- da- burro ha dichiarato che tutte le Ong, le organizzazioni non governative che sfamano le popolazioni in fuga dalle zone di guerra, sono colpevoli di prolungare la guerra. In sostanza il concetto era il seguente: se tu li sfami, invece di lasciarli morire, (che la guerra finirebbe per mancanza di gente da ammazzare), tu, si proprio tu, buona e brava organizzazione umanitaria, sei una guerrafondaia! Se noi paesi occidentali siamo costretti a prolungare la guerra, che adesso si chiama missione di pace, la colpa è tua che ci sfami le nostre vittime e ce le rinvigorisci! Erano mezzi zombie, e tu che mi combini? tu me li fai risorgere davanti così io sono costretto a sparargli di nuovo per colpa tua. Cristo!

E’ proprio vero, caro nonno: le parole non sono più quelle di una volta. Noi sì. Invecchiati, ingrassati, mezzivivi e mezzi morti, noi continuiamo a pensarla con la spietata, celeste franchezza di quando eravamo bambini.

Da adulto, i miei Tremal-Naik, Nembo Kid e Flash Gordon, i miei eroi, sono diventati quelli di Emergency, gli uomini che si danno nell’anonimato, i non narcisisti, quelli che si donano agli altri, salvano la loro vita e si disperdono con la polvere. E io sto con loro. Sono loro i miei eroi, i miei monumenti di polvere che nessuno vede. Non hanno medaglie, né funerali di Stato. I politici li detestano perché questi medici custodiscono la più atroce delle verità: in guerra muoiono più bambini che soldati. E questa è una di quelle notizie che non deve mai arrivare alla pancia degli italiani che si informano in Tv. La loro pancia dev’essere piena di burro Luttwak. Di eroi a rovescio. Di parole tradite. Di guerre chiamate pace per cui nessuno deve vederne il sangue. Perciò fuori dalle palle i giornalisti, le telecamere, i fotoreporter, i volontari e adesso anche i chirurghi che ricuciono quel che noi, missionari di pace, abbiamo fatto a brandelli. Se lo dici, se parli, sei isolato, sei morto. Statevi tutti zitti e buoni davanti alla Tv. Vi diremo noi, a cose fatte, chi era il buono e chi era il cattivo.
Io non sto zitto, voglio parlare da morto come Pulcinella, non sto buono, non mangio il burro cattivo, e non guardo la Tv.

Io sto con Emergency.

Emergency