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Ecco l’appello inviato da forzasilvio.it ai propri iscritti che, per la maggior parte, sono “pericolosi infiltrati Comunisti” come il sottoscritto. Credo sia un chiaro ed inequivocabile segnale: il Presidente è ridotto … alle cartoline.

Caro Nicola, 
 con la sua consueta carica, il nostro premier sta lavorando per continuare l'attività di governo e
 respingere l'ennesimo assalto di chi, in Parlamento, nei quotidiani, nei programmi televisivi del
 servizio pubblico, vorrebbe cancellare la volontà popolare espressa alle elezioni del 2008 e senza
 pagare dazio, cioè senza tornare al voto.
 La carica di Berlusconi è la stessa che ritroviamo nelle manifestazioni organizzate sul territorio e
 che puoi leggere nei commenti postati alle notizie di www.forzasilvio.it . 
 Da alcuni di questi commenti abbiamo tratto ispirazione per una prima serie di cartoline speciali,
 utili per sintetizzare la situazione attuale. 
 Falle girare ai tuoi amici e invitali a registrarsi in Forzasilvio.it.
 Dobbiamo essere in tanti e organizzati per fare fronte agli impegni che ci attendono nelle
 prossime settimane. 
 Grazie per quello che farai.

 Cordialmente, on. Antonio Palmieriresponsabile internet PDL

 

Seguono cartoline del “Partito dell’Amore” …

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Per il progetto berlusconiano “criminali liberi” la “legge bavaglio” è solo il primo strumento. Un secondo è stato annunciato dall’on. Alfredo Mantovano, sottosegretario al ministero dell’Interno: togliere ai magistrati la direzione delle indagini per affidarle alla polizia.
Sottrarle cioè a chi “è soggetto solo alla legge” per assoggettarle a chi dipende dal governo.

Con questo uno-due il golpe-strisciante non avrà più bisogno di strisciare perché realizzato. Dall’impunità per i criminali delle cricche e delle caste, il regime potrà compiere impunemente il passo che santifica la criminalità al governo.

L’on. Mantovano ha annunciato la volontà governativa in un articolo su Il Foglio di Giuliano Ferrara che il giorno prima con un editoriale gli aveva offerto l’assist di prammatica. E  l’annuncio è accompagnato da un inquietante invito “a quella parte della sinistra – oggi non particolarmente presente nel dibattito ma che pure esiste”, perché torni ai fasti dalemiani dell’inciucio, abrogando in modo bipartisan la legge del 1989 con cui il dettato costituzionale fu finalmente “implementato” e la direzione delle indagini affidate ai magistrati.

Mantovano, con l’ormai collaudata logica orwelliana del suo Capo – far dire alle parole l’opposto di quanto significano – sostiene che se le priorità sulle indagini le decide il governo la legge sarà davvero eguale per tutti. Se invece l’azione penale è in mano ai magistrati si arriverà all’obbrobrio di veder indagati, incriminati, perfino processati e Dio non voglia condannati “capi dei servizi, comandanti dei Ros, funzionari della polizia”. Al punto, aggiunge Mantovano, che “l’ex direttore dei servizi esterni ha evitato una sentenza sfavorevole solo grazie all’opposizione del segreto di Stato”. Immagino si riferisse al generale Pollari.

Eppure, senza la legge dell’89, probabilmente anche “Mani Pulite” sarebbe stata fermata sul nascere, grazie al potere dell’esecutivo sulle indagini.

E quali funzionari di polizia, dovendo obbedire al governo, avrebbero richiesto le intercettazioni che hanno svelato il putridume della P3?

E si sarebbe mai riaperto il dossier sull’assassinio di Borsellino dopo i depistaggi di coloro cui Mantovano vorrebbe oggi affidare tutte le indagini?

La verità è che a cavallo di quest’estate si gioca davvero l’esistenza della democrazia in Italia.

La “legge bavaglio”, anche con gli emendamenti migliorativi, fa da apripista.
L’unico modo per non finire nel baratro è bloccarla: tutta e subito.

PS
Non me ne voglia d’Arcais, ma ritengo che questo suo articolo, su “il Fatto Quotidiano” di oggi, debba essere letto e condiviso “il prima possibile”.


Ricapitolando.
Il premier B. ha due processi per frode fiscale e appropriazione indebita, uno per corruzione giudiziaria e un’indagine per minaccia a corpo dello Stato, senza contare prescrizioni, reati depenalizzati (da lui), amnistie, insufficienze di prove, le archiviazioni per decorrenza termini.

Il suo braccio destro Previti è un pregiudicato per due corruzioni giudiziarie. Il suo braccio sinistro Dell’Utri è un pregiudicato per false fatture e frode fiscale, poi ha una condanna in appello per mafia, un processo per estorsione mafiosa, uno per calunnia pluriaggravata e un’inchiesta per associazione segreta (la P3). Il suo coordinatore Verdini è indagato per corruzione e P3. Il suo vicecoordinatore Abelli l’hanno appena beccato a prender voti dalla ‘ndrangheta. I suoi ministri Matteoli e Fitto sono a processo, l’uno per favoreggiamento, l’altro per corruzione. Altri due, Bossi e Maroni, già pregiudicati. Fra i sottosegretari, Letta e Bertolaso sono indagati, Brancher è imputato, Cosentino ha un mandato di cattura per camorra e i pm di Roma stanno valutando la posizione del viceministro della Giustizia Caliendo, detto “Giacomino” dai compari di P3.

Questo governo-lombrosario gode della piena fiducia (35 volte in due anni) del Parlamento, e ci mancherebbe: lì siedono 24 pregiudicati e 90 fra imputati, indagati, prescritti e condannati provvisori.

Anche al Parlamento europeo ci rappresentano condannati (Patriciello, Borghezio, Bonsignore) e indagati (tipo Mastella).

In omaggio al federalismo penale, frequentano assiduamente procure e tribunali un bel po’ di sindaci: dalla Moratti (indagata per smog e abuso) a Tosi e Gentilini (condannati per razzismo), da De Luca (imputato per associazione per delinquere, concussione, truffa, falso) a Cammarata (inquisito per abuso).

E sono indagati cinque governatori regionali su 20: Formigoni (smog), Lombardo (mafia e abuso), Scopelliti (imputato per omissione d’atti d’ufficio e di recente beccato a cena col boss), De Filippo (favoreggiamento), Iorio (concussione e abuso). L’ex governatore siciliano Cuffaro, condannato in appello a 7 anni per favoreggiamento mafioso, è imputato per concorso esterno e il pm ha appena chiesto per lui altri 10 anni di galera.

I vertici della Protezione civile vagano fra l’ora d’aria e i domiciliari. Indagati pure il cardinale Sepe e un paio di gentiluomini di Sua Santità. L’erede al trono Vittorio Emanuele di Savoia è imputato per associazione a delinquere.

Ottimi anche due presidenti emeriti della Corte costituzionale: Mirabelli era intimo del faccendiere Pasqualino Lombardi; Baldassarre è indagato per millantato credito. L’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, è sotto processo per l’aggiotaggio delle scalate bancarie.

Ben piazzato il Gotha di Confindustria, col gruppo della presidente Marcegaglia che ha patteggiato per corruzione e il padre della EmmaSteno, fresco indagato per smaltimento illegale di rifiuti tossici. Il gruppo Fiat-Agnelli sfila in tribunale con Gabetti e Grande Stevens, la Telecom modello Tronchetti con gli spioni della Security, e poi Fastweb, Parmalat, Finmeccanica, Unipol, Impregilo, Ligresti, Geronzi

Ottime le performance di forze dell’ordine e servizi segreti: il Sismi di Pollari & Pompa alla sbarra per i dossier illeciti; il capo del Dis, De Gennaro, condannato in appello a 16 mesi per istigazione alla falsa testimonianza sui pestaggi del G8, per i quali hanno collezionato 73 condanne fra dirigenti e agenti della Polizia; una dozzina di 007 indagati per i depistaggi sulle stragi; l’ex comandante della Gdf, Speciale, ha rimediato in appello 18 mesi per peculato; il comandante del Ros, generale Ganzer, s’è appena guadagnato 14 anni in primo grado per traffico internazionale di droga, mentre il predecessore Mori è imputato per favoreggiamento a Provenzano e indagato perché ai tempi delle stragi trattava con Cosa Nostra, infatti godono entrambi della “piena fiducia” del governo, e anche del Pd.

Ma noi, dico noi miseri incensurati, dove abbiamo sbagliato?

PS
Non me ne voglia Travaglio, ma ritengo che i sui articoli su “il Fatto” siano troppo importanti per rimanere “rinchiusi”.

Circolare del Ministero dell'IstruzioneNessuna parola. Nessun commento.

Scaricate il file linkato di seguito e … Buona Lettura

Circolare Ministero dell’Istruzione

Salvarne in locale una copia di back-up non è Illegale: è “Legittima Difesa

Se è vero che, come dice il Vangelo, “dai frutti conoscerete l’albero”, c’è una normetta nella legge-bavaglio che descrive meglio di qualunque altra l’albero al quale (ci) siamo impiccati da 16 anni. E’ l’articolo 6-ter: “Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati…”.  E’ copiato pari pari dal Piano di Rinascita Democratica della loggia P2, scritto da Licio Gelli e dai suoi consulenti a metà degli anni 70 e rinvenuto nel 1982 nel doppiofondo della valigetta della figlia del Venerabile: “Ordinamento giudiziario: le modifiche più urgenti investono: (…) il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari…”.  Ora, è fin troppo facile capire perchè questa gentaglia non gradisce che si conoscano atti giudiziari e intercettazioni. Ma che fastidio possono dare il volto o il nome del tale o del talaltro magistrato? Domanda ingenua: oltre che mascalzoni, questi qua sono anche inguaribilmente mediocri. Sanno di non avere una reputazione, una credibilità, una rispettabilità. La loro faccia ha lo stesso prestigio del loro culo. Nessuno crede alla loro parola, continuamente smentita, rettificata, rimangiata, tradita. Possono sopravvivere soltanto se, intorno a loro, sono tutti come o peggio di loro. Se emergono figure autorevoli e popolari, esse diventano immediatamente una minaccia per l’intera banda. Perché poi, quando parlano, la gente dà loro retta. E, se criticano la banda, questa ne esce inevitabilmente con le ossa rotte.  Nonostante le minacce, le aggressioni, le calunnie e i cedimenti interni, la magistratura conserva ancora un consenso intorno al 50 per cento, mentre quella della classe politica langue nei pressi del 10. Se un magistrato o un ex, meglio ancora se carico di onori per la lotta al terrorismo e/o alla mafia e/o alla corruzione, tipo Caselli, Colombo, Borrelli, Greco, Davigo, Scarpinato, Ingroia, Spataro, Maddalena, Almerighi, dice che una legge è una porcheria e ne spiega le conseguenze nefaste per la sicurezza dei cittadini, questi credono a lui e non agli Al Fano, Ghedini, Cicchitto, Gasparri, gente che basta guardarla in faccia per farsi una risata.  Vent’anni fa, quando parlavano Falcone e Borsellino, c’era poco da discutere: non perché fossero infallibili, ma perché si erano conquistati il prestigio sul campo. Tra un Falcone e un Carnevale, la gente non aveva dubbi: l’uno era famoso per aver arrestato il Gotha di Cosa Nostra, l’altro per aver annullato centinaia di condanne di mafiosi. I giudici piduisti, quelli dei porti delle nebbie, invece, erano maestri dell’insabbiamento, e campavano sereni proprio grazie al silenzio complice della stampa di regime. Quando i loro nomi finirono sui giornali, dovettero battere in ritirata.  Per questo Gelli, che vedeva lungo, voleva cancellare i nomi degli uni e degli altri dai giornali.  Per questo il suo degno allievo, che ha superato il maestro (venerabile), ne vuole cancellare oggi i nomi e i volti: perché confondere tutti i giudici, quelli che indagano e quelli che insabbiano, in un unicum grigio e indistinto.  E’ la stessa logica che sta dietro la delegittimazione di giornalisti liberi e popolari come Montanelli e Biagi (“convertiti al comunismo”), di scrittori disorganici e amatissimi come Saviano e Camilleri (“fanno i martiri per i soldi”), di attori e registi anti-regime (“fannulloni pagati dallo Stato”) e dei volti più noti della tv (Santoro, Dandini, Fazio, da sputtanare con i loro compensi nei titoli di coda).  Il potere dei mediocri è sull’orlo di una crisi di nervi e in piena sindrome di Salieri (si fa per dire, quello era un fior di musicista) dinanzi ai Mozart della magistratura, del cinema, dell’arte, della letteratura, del giornalismo. Li avverte come una minaccia, perché sa che, quando il Menzognini di turno non riesce a coprirne la voce, la gente li ascolta.  In fondo, è un buon segno: questa gentaglia è alla canna del gas.

Ospito volentieri la lettera proposta da Arianna Ciccone postata su FaceBook (e quindi non consultabile dai non iscritti).
La lettera in questione è un approfondimento/continuazione dell’articolo postato sul Blog “Non Leggere questo Blog”

Al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti
Lorenzo Del Boca
e p.c.
Al Direttore tg1 Augusto Minzolini
e al Presidente della Rai Paolo Garimberti

Oggetto: segnalazione grave violazione deontologia professionale.

Caro Presidente, ti scrivo a nome mio e credo di tutti i cittadini che hanno a cuore la verità e la dignità della professione giornalistica in questo Paese. Premetto subito che qui non si tratta di destra o sinistra, della legittimità o meno del direttore del Tg1 di esporre la sua linea editoriale (personalmente credo che il direttore di un tg abbia il diritto di dire il suo pensiero, la sua opinione). Qui si tratta di deontologia professionale e della funzione fondamentale del giornalismo. Ieri il tg1 delle 13.30 come sai ha dato una notizia falsa. Ecco credo che nessuno di noi può e deve accettare questo. Mi aspetto quindi una reazione esemplare dell’Ordine rispetto a un episodio che umilia la professione giornalistica e i cittadini.

“Certo che per dire in un tigì, o scrivere su un giornale, che “Mills è stato assolto”, spacciando la prescrizione di un reato accertato per “assoluzione”, bisogna essere dei bei mascalzoni. Non dico faziosi, o manipolatori, o servi, dico proprio mascalzoni perché per un giornalista manomettere la verità è un crimine, tal quale per un fornaio sputare nel pane che vende. Qui non si tratta di opinioni, di interpretazioni, di passione politica. è proprio una frode, una lurida frode che non descrive più l’aspra dialettica di un paese spaccato, descrive qualcosa di molto peggiore: l’impunità conclamata di chi mente con dolo, con metodo, con intenzione, sicuro di non doverne rispondere ad alcuno (all’Ordine dei giornalisti? è più realistico sperare che intervenga Batman).
Per altro in un Paese di impuniti, perché proprio i giornalisti dovrebbero essere esentati dal privilegio di poter sparare bugie e ingannare la pubblica opinione senza conseguenze? Molti dei loro padroni e dei loro referenti politici negli ultimi vent’anni hanno perseguito con ogni mezzo, e ampiamente sperimentato, il piacere dell’impunità. Se ne sentono partecipi anche i loro impiegati” Michele Serra

Fa male anche a voi come a me questa riflessione? Ecco caro Presidente Del Boca io come cittadina mi aspetto da parte dell’Ordine un provvedimento nei confronti di quel giornalista che ha palesemente violato il principio deontologico per eccellenza: raccontare la verità. Mi aspetto caro Presidente Garimberti e caro Direttore Minzolini le scuse del tg1 e la rettifica.

Sicura di una vostra risposta, vi auguro una felice giornata.

Arianna Ciccone
Corrado Barbero
Tommaso Bori
Agnese Blasi
Giuseppe Fin
Francesco Luti
Maria Laura Canori
Maria Rosaria Riccio
Mariaceleste de Martino
Daniela Trivisonno
Giovanni Dozzini
Valeria Defilippis
Paolo Epifani
Agnese Benedetti
Chiara Scardazza
Agostino Cicinelli
Massimo Ribaudo
Antonio Barbato
Valeria Gentile
Antonello Bartolomeo Saiz
Francesco Unali
Rita Lombardo
Clara Sereni
Teresa D’Aniello
Tommaso Tessarolo
Paolo Esposito
Luca Conti
Gino Listrani
Ernesto Bettoni
Marisa Micco
Vanni Capoccia
Salvatore Lo Leggio
Barbara Tartaglione
Luca Soncini
Giovanni Ritacco
Giona Ferrandu
Elisabetta Sala
Antonella Pancani
Fabio Chiusi
Fabio Feliziani
Alessandro Di Maio
Francesco Bassini
Pierangelo Valente
Valeria Pesare
Leonardo Vergari
Silvia Nardinocchi
Antonia Vernile
Matteo Fiorini Granieri
Andrea Carpi
Daniele Paolucci
Cristiano Tinazzi
Mauro Biani
Stella Narciso
Pietro Falco
Francesco Paolucci
Anna Preims Borgese
Maura Firmani
Anna Tanda Schröter
Lisa Miraldi
Patrizia Gazzoni
Alessandro Bizzotto
Adriana Galgano
Andrea Giambartolomei
Gianni Suzzi
Giovanna Lazzerini
Abramo Volpi
Elena Lambertucci
Alessandro Direnzo
Lorenzo Allegrucci

nostri figliI Jordan non parlarono mai dell’esame, o almeno non ne parlarono fino al giorno in cui Dickie compì dodici anni. Fu solo quella mattina che la signora Jordan accennò per la prima volta all’esame in presenza del figlio, e il suo tono angustiato provocò una risposta secca del marito.

– Non ci pensare ora, – disse bruscamente. – Se la caverà benissimo.

Stavano facendo colazione, e il ragazzo alzò la testa dal piatto, incuriosito.

Era un ragazzetto dallo sguardo sveglio, con capelli ricci e modi vivaci. Non capì il motivo dell’improvvisa tensione che si era creata nella stanza, ma sapeva che era il giorno del suo compleanno e desiderava che tutto andasse bene. Da qualche parte nel piccolo appartamento erano nascosti dei pacchetti infiocchettati che aspettavano di essere aperti, e nella minuscola cucina retrattile qualcosa di molto appetitoso stava cuocendo nel forno automatico. Lui voleva che quel giorno fosse felice, e il velo umido che aveva appannato gli occhi di sua madre, l’espressione torva sul volto di suo padre, minacciavano ora di guastargli la festa.

– Quale esame? – chiese.

La madre guardò l’orologio sul tavolo. – È solo una specie di test d’intelligenza che il governo fa fare a tutti i bambini all’età di dodici anni. Tu dovrai sostenerlo la prossima settimana. Non c’è nulla di cui preoccuparsi.

– Vuoi dire un test come quelli di scuola?

– Qualcosa del genere, – disse il padre alzandosi di scatto. – Vai a leggere un giornalino, Dickie.

Il ragazzo si alzò e si diresse svogliatamente verso l’angolo del soggiorno che era sempre stato il suo angolo, fin da piccolo. Sfogliò per qualche istante un giornalino a fumetti, ma le sue strisce a colori vivaci non sembravano divertirlo.

Andò alla finestra e restò a guardare malinconicamente il velo di vapore che appannava i vetri.

“Perché deve piovere proprio oggi ? – si disse. – Perché non può piovere domani?”

Il padre, ora sprofondato in poltrona con il giornale governativo tra le mani, spiegazzò rumorosamente i fogli, irritato.

– Perché piove, ecco perché. La pioggia fa crescere l’erba.

– Perché, papà?

– Perché sì, che domande.

Dickie corrugò la fronte. – Ma che cosa la rende verde, poi? L’erba voglio dire.

– Nessuno lo sa, – tagliò corto il padre, pentendosi immediatamente per la sua asprezza.

Poi, a poco a poco, quel giorno tornò il giorno del suo compleanno. La madre sorrideva con tenerezza quando entrò con i pacchetti gaiamente colorati, e persino il padre rimediò un sorriso e gli scompigliò i capelli.
Dickie baciò la mamma e strinse gravemente la mano al padre. Venne servita la torta di compleanno, e la festa finì.

Un’ora dopo, seduto accanto alla finestra, guardava il sole che si faceva strada tra le nuvole.

– Papà, – chiese, – quant’è lontano il sole?

– Diecimila chilometri, – rispose il padre.

Il lunedì seguente, seduto a tavola per la colazione, Dickie vide di nuovo gli occhi della madre farsi lucidi. Ma non collegò queste lacrime con l’esame finchè il padre non tirò fuori bruscamente l’argomento.

– Be’, Dickie, – annunciò con un’aria più scura che mai, – tu hai un appuntamento oggi.

– Capisco, papà. Spero…

– Non c’è niente da preoccuparsi, adesso. Migliaia di bambini fanno quel test ogni giorno. Il governo vuole solo sapere quanto sei in gamba, Dickie. Si tratta solo di questo.

– Ho sempre preso buoni voti a scuola , – disse il ragazzo, esitante.

– Questa volta è diverso. Si tratta di… di un test di tipo speciale. Ti danno quella roba da bere, e poi ti fanno entrare in una stanza dove c’è una specie di macchina…

– Quale roba da bere? – chiese Dickie.

– Oh, niente. Sa di menta. È solo per essere certi che uno risponde sinceramente alle domande. Non che il governo pensi che tu non diresti la verità, ma quella roba li rende proprio sicuri.

La faccia di Dickie manifestava tutta la sua sorpresa, e un’ombra di paura.

Guardò la madre, e lei si costrinse a un vago sorriso.

– Andrà tutto bene, vedrai, – disse al figlio.

– Certo che andrà tutto bene, – ribadì il padre. – Tu sei sempre stato un bravo bambino, Dickie, e te la caverai benissimo. Poi torneremo a casa e faremo una festa. D’accordo?

– D’accordo, – disse Dickie.

Arrivarono al palazzo governativo dell’Istruzione Popolare quindici minuti prima dell’ora fissata. Traversarono un grande atrio a colonne passarono sotto un’arcata, ed entrarono in un ascensore che li portò all’ottavo piano.

Lì trovarono un usciere che chiese il nome di Dickie, e controllò accuratamente una lista prima di accompagnarli alla sala 804.

La sala era fredda e ufficiale come un tribunale, con lunghe panche affiancate a tavoli metallici. C’erano già numerosi padri e figli, e una donna, dalle labbra sottili e i capelli corti e neri, distribuiva dei moduli.

Il signor Jordan riempì il foglio e lo restituì all’impiegata. Poi disse a Dickie:

– Non sarà una cosa lunga, vedrai. Quando senti chiamare il tuo nome, devi solo entrare in quella porta là in fondo. – E gli indicò la porta con la mano.

Un altoparlante crepitò e chiamò quindi il primo nome. Dickie vide un ragazzo, più o meno della sua età, lasciare con riluttanza la mano del padre e dirigersi lentamente verso la porta.

Alle undici e cinque chiamarono il nome Jordan.

– Buona fortuna, figliolo, – disse il padre senza guardarlo. – Quando il test sarà finito, mi telefoneranno e verrò a riprenderti.

Dickie si avvicinò alla porta e girò la maniglia. La nuova stanza gli sembrò buia e a malapena riuscì a distinguere la sagoma del funzionario in tunica grigia che lo salutò.

– Siediti,- disse gentilmente l’uomo, indicandogli un altro sgabello davanti alla scrivania. – Ti chiami Richard Jordan?

-Sì, signore.

– Il tuo numero è 600-115. Bevi questo, Richard.

Prese un bicchiere di plastica già pronto sulla scrivania e lo porse al ragazzo. Il liquido che vi era contenuto aveva la consistenza del siero di latte, e sapeva molto vagamente alla menta promessa. Dickie lo mandò giù d’un fiato.

Sedette in silenzio, sentendosi invadere da una strana sonnolenza, mentre l’uomo scriveva con aria molto indaffarata qualcosa su un foglio. Dopo qualche tempo guardò l’orologio, poi si alzò, chinandosi in avanti fino a trovarsi a pochi centimetri dalla faccia di Dickie. Sfilò dal taschino una sottile lampada a pila e proiettò uno stretto fascio di luce negli occhi del ragazzo.

– Bene, – disse. – Vieni con me, Richard.

Condusse Dickie all’altra estremità della stanza, dove una solitaria poltroncina di metallo era disposta di fronte a una macchina con molti quadranti. C’era anche un microfono, di cui il funzionario regolò l’altezza.

– Cerca ora di rilassarti, Richard. Ti saranno solo rivolte delle domande, e tu pensaci su bene prima di rispondere. Poi dì le tue risposte nel microfono. La macchina penserà al resto.

– Sissignore.

L’uomo gli battè un colpetto sulla spalla, e se ne andò.

– Pronto, – disse Dickie.

Una fila di luci si accese sulla macchina, un meccanismo ronzò. Poi una voce disse:

– Completa questa sequenza: uno, quattro, sette, dieci…

Il signore e la signora Jordan sedevano in soggiorno, senza dire una parola, senza nemmeno azzardarsi a pensare.

Erano quasi le quattro quando squillò il telefono. La donna cercò di raggiungere per prima l’apparecchio, ma il marito fu più svelto.

– Il signor Jordan?

Era una voce secca, dal tono sbrigativo, ufficiale.

– Sì, dite pure.

– Qui è il servizio Istruzione Popolare. Vostro figlio, Richard M. Jordan, ha completato l’esame governativo. Ci rincresce informarvi che il suo quoziente di intelligenza è risultato di 13,8 punti superiore al normale, per cui abbiamo dovuto procedere a norma dell’articolo 82, comma 5, del Decreto Legge 11-6-93.

La signora Jordan fece un urlo disperato, lacerante, perché le era bastato leggere l’espressione sulla faccia del marito.

– Potreste specificare per telefono – proseguì la voce impassibile – se desiderate che il corpo sia inumato a cura del Governo, o se preferite una sepoltura privata? Il costo di una sepoltura governativa è di dieci dollari.

da AA. VV., L’ora di fantascienza, Einaudi 1982