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Circolare del Ministero dell'IstruzioneNessuna parola. Nessun commento.

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Circolare Ministero dell’Istruzione

Salvarne in locale una copia di back-up non è Illegale: è “Legittima Difesa

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Se è vero che, come dice il Vangelo, “dai frutti conoscerete l’albero”, c’è una normetta nella legge-bavaglio che descrive meglio di qualunque altra l’albero al quale (ci) siamo impiccati da 16 anni. E’ l’articolo 6-ter: “Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati…”.  E’ copiato pari pari dal Piano di Rinascita Democratica della loggia P2, scritto da Licio Gelli e dai suoi consulenti a metà degli anni 70 e rinvenuto nel 1982 nel doppiofondo della valigetta della figlia del Venerabile: “Ordinamento giudiziario: le modifiche più urgenti investono: (…) il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari…”.  Ora, è fin troppo facile capire perchè questa gentaglia non gradisce che si conoscano atti giudiziari e intercettazioni. Ma che fastidio possono dare il volto o il nome del tale o del talaltro magistrato? Domanda ingenua: oltre che mascalzoni, questi qua sono anche inguaribilmente mediocri. Sanno di non avere una reputazione, una credibilità, una rispettabilità. La loro faccia ha lo stesso prestigio del loro culo. Nessuno crede alla loro parola, continuamente smentita, rettificata, rimangiata, tradita. Possono sopravvivere soltanto se, intorno a loro, sono tutti come o peggio di loro. Se emergono figure autorevoli e popolari, esse diventano immediatamente una minaccia per l’intera banda. Perché poi, quando parlano, la gente dà loro retta. E, se criticano la banda, questa ne esce inevitabilmente con le ossa rotte.  Nonostante le minacce, le aggressioni, le calunnie e i cedimenti interni, la magistratura conserva ancora un consenso intorno al 50 per cento, mentre quella della classe politica langue nei pressi del 10. Se un magistrato o un ex, meglio ancora se carico di onori per la lotta al terrorismo e/o alla mafia e/o alla corruzione, tipo Caselli, Colombo, Borrelli, Greco, Davigo, Scarpinato, Ingroia, Spataro, Maddalena, Almerighi, dice che una legge è una porcheria e ne spiega le conseguenze nefaste per la sicurezza dei cittadini, questi credono a lui e non agli Al Fano, Ghedini, Cicchitto, Gasparri, gente che basta guardarla in faccia per farsi una risata.  Vent’anni fa, quando parlavano Falcone e Borsellino, c’era poco da discutere: non perché fossero infallibili, ma perché si erano conquistati il prestigio sul campo. Tra un Falcone e un Carnevale, la gente non aveva dubbi: l’uno era famoso per aver arrestato il Gotha di Cosa Nostra, l’altro per aver annullato centinaia di condanne di mafiosi. I giudici piduisti, quelli dei porti delle nebbie, invece, erano maestri dell’insabbiamento, e campavano sereni proprio grazie al silenzio complice della stampa di regime. Quando i loro nomi finirono sui giornali, dovettero battere in ritirata.  Per questo Gelli, che vedeva lungo, voleva cancellare i nomi degli uni e degli altri dai giornali.  Per questo il suo degno allievo, che ha superato il maestro (venerabile), ne vuole cancellare oggi i nomi e i volti: perché confondere tutti i giudici, quelli che indagano e quelli che insabbiano, in un unicum grigio e indistinto.  E’ la stessa logica che sta dietro la delegittimazione di giornalisti liberi e popolari come Montanelli e Biagi (“convertiti al comunismo”), di scrittori disorganici e amatissimi come Saviano e Camilleri (“fanno i martiri per i soldi”), di attori e registi anti-regime (“fannulloni pagati dallo Stato”) e dei volti più noti della tv (Santoro, Dandini, Fazio, da sputtanare con i loro compensi nei titoli di coda).  Il potere dei mediocri è sull’orlo di una crisi di nervi e in piena sindrome di Salieri (si fa per dire, quello era un fior di musicista) dinanzi ai Mozart della magistratura, del cinema, dell’arte, della letteratura, del giornalismo. Li avverte come una minaccia, perché sa che, quando il Menzognini di turno non riesce a coprirne la voce, la gente li ascolta.  In fondo, è un buon segno: questa gentaglia è alla canna del gas.

I canali comunicativi, ed in particolar modo la capacità dell’Essere Umano di pensare e di parlare, sono doni della Natura. Per questo è impensabile imporre un qualsivoglia bavaglio. Non c’è nessuna legge, dell’uomo, capace di fermare tale dono! Proprio perchè si tratta di una capacità e di un’esigenza naturale, l’essere umano si ribellerà ad essa con le unghie e con i denti.

[Hamid Barole Abdu]

nostri figliI Jordan non parlarono mai dell’esame, o almeno non ne parlarono fino al giorno in cui Dickie compì dodici anni. Fu solo quella mattina che la signora Jordan accennò per la prima volta all’esame in presenza del figlio, e il suo tono angustiato provocò una risposta secca del marito.

– Non ci pensare ora, – disse bruscamente. – Se la caverà benissimo.

Stavano facendo colazione, e il ragazzo alzò la testa dal piatto, incuriosito.

Era un ragazzetto dallo sguardo sveglio, con capelli ricci e modi vivaci. Non capì il motivo dell’improvvisa tensione che si era creata nella stanza, ma sapeva che era il giorno del suo compleanno e desiderava che tutto andasse bene. Da qualche parte nel piccolo appartamento erano nascosti dei pacchetti infiocchettati che aspettavano di essere aperti, e nella minuscola cucina retrattile qualcosa di molto appetitoso stava cuocendo nel forno automatico. Lui voleva che quel giorno fosse felice, e il velo umido che aveva appannato gli occhi di sua madre, l’espressione torva sul volto di suo padre, minacciavano ora di guastargli la festa.

– Quale esame? – chiese.

La madre guardò l’orologio sul tavolo. – È solo una specie di test d’intelligenza che il governo fa fare a tutti i bambini all’età di dodici anni. Tu dovrai sostenerlo la prossima settimana. Non c’è nulla di cui preoccuparsi.

– Vuoi dire un test come quelli di scuola?

– Qualcosa del genere, – disse il padre alzandosi di scatto. – Vai a leggere un giornalino, Dickie.

Il ragazzo si alzò e si diresse svogliatamente verso l’angolo del soggiorno che era sempre stato il suo angolo, fin da piccolo. Sfogliò per qualche istante un giornalino a fumetti, ma le sue strisce a colori vivaci non sembravano divertirlo.

Andò alla finestra e restò a guardare malinconicamente il velo di vapore che appannava i vetri.

“Perché deve piovere proprio oggi ? – si disse. – Perché non può piovere domani?”

Il padre, ora sprofondato in poltrona con il giornale governativo tra le mani, spiegazzò rumorosamente i fogli, irritato.

– Perché piove, ecco perché. La pioggia fa crescere l’erba.

– Perché, papà?

– Perché sì, che domande.

Dickie corrugò la fronte. – Ma che cosa la rende verde, poi? L’erba voglio dire.

– Nessuno lo sa, – tagliò corto il padre, pentendosi immediatamente per la sua asprezza.

Poi, a poco a poco, quel giorno tornò il giorno del suo compleanno. La madre sorrideva con tenerezza quando entrò con i pacchetti gaiamente colorati, e persino il padre rimediò un sorriso e gli scompigliò i capelli.
Dickie baciò la mamma e strinse gravemente la mano al padre. Venne servita la torta di compleanno, e la festa finì.

Un’ora dopo, seduto accanto alla finestra, guardava il sole che si faceva strada tra le nuvole.

– Papà, – chiese, – quant’è lontano il sole?

– Diecimila chilometri, – rispose il padre.

Il lunedì seguente, seduto a tavola per la colazione, Dickie vide di nuovo gli occhi della madre farsi lucidi. Ma non collegò queste lacrime con l’esame finchè il padre non tirò fuori bruscamente l’argomento.

– Be’, Dickie, – annunciò con un’aria più scura che mai, – tu hai un appuntamento oggi.

– Capisco, papà. Spero…

– Non c’è niente da preoccuparsi, adesso. Migliaia di bambini fanno quel test ogni giorno. Il governo vuole solo sapere quanto sei in gamba, Dickie. Si tratta solo di questo.

– Ho sempre preso buoni voti a scuola , – disse il ragazzo, esitante.

– Questa volta è diverso. Si tratta di… di un test di tipo speciale. Ti danno quella roba da bere, e poi ti fanno entrare in una stanza dove c’è una specie di macchina…

– Quale roba da bere? – chiese Dickie.

– Oh, niente. Sa di menta. È solo per essere certi che uno risponde sinceramente alle domande. Non che il governo pensi che tu non diresti la verità, ma quella roba li rende proprio sicuri.

La faccia di Dickie manifestava tutta la sua sorpresa, e un’ombra di paura.

Guardò la madre, e lei si costrinse a un vago sorriso.

– Andrà tutto bene, vedrai, – disse al figlio.

– Certo che andrà tutto bene, – ribadì il padre. – Tu sei sempre stato un bravo bambino, Dickie, e te la caverai benissimo. Poi torneremo a casa e faremo una festa. D’accordo?

– D’accordo, – disse Dickie.

Arrivarono al palazzo governativo dell’Istruzione Popolare quindici minuti prima dell’ora fissata. Traversarono un grande atrio a colonne passarono sotto un’arcata, ed entrarono in un ascensore che li portò all’ottavo piano.

Lì trovarono un usciere che chiese il nome di Dickie, e controllò accuratamente una lista prima di accompagnarli alla sala 804.

La sala era fredda e ufficiale come un tribunale, con lunghe panche affiancate a tavoli metallici. C’erano già numerosi padri e figli, e una donna, dalle labbra sottili e i capelli corti e neri, distribuiva dei moduli.

Il signor Jordan riempì il foglio e lo restituì all’impiegata. Poi disse a Dickie:

– Non sarà una cosa lunga, vedrai. Quando senti chiamare il tuo nome, devi solo entrare in quella porta là in fondo. – E gli indicò la porta con la mano.

Un altoparlante crepitò e chiamò quindi il primo nome. Dickie vide un ragazzo, più o meno della sua età, lasciare con riluttanza la mano del padre e dirigersi lentamente verso la porta.

Alle undici e cinque chiamarono il nome Jordan.

– Buona fortuna, figliolo, – disse il padre senza guardarlo. – Quando il test sarà finito, mi telefoneranno e verrò a riprenderti.

Dickie si avvicinò alla porta e girò la maniglia. La nuova stanza gli sembrò buia e a malapena riuscì a distinguere la sagoma del funzionario in tunica grigia che lo salutò.

– Siediti,- disse gentilmente l’uomo, indicandogli un altro sgabello davanti alla scrivania. – Ti chiami Richard Jordan?

-Sì, signore.

– Il tuo numero è 600-115. Bevi questo, Richard.

Prese un bicchiere di plastica già pronto sulla scrivania e lo porse al ragazzo. Il liquido che vi era contenuto aveva la consistenza del siero di latte, e sapeva molto vagamente alla menta promessa. Dickie lo mandò giù d’un fiato.

Sedette in silenzio, sentendosi invadere da una strana sonnolenza, mentre l’uomo scriveva con aria molto indaffarata qualcosa su un foglio. Dopo qualche tempo guardò l’orologio, poi si alzò, chinandosi in avanti fino a trovarsi a pochi centimetri dalla faccia di Dickie. Sfilò dal taschino una sottile lampada a pila e proiettò uno stretto fascio di luce negli occhi del ragazzo.

– Bene, – disse. – Vieni con me, Richard.

Condusse Dickie all’altra estremità della stanza, dove una solitaria poltroncina di metallo era disposta di fronte a una macchina con molti quadranti. C’era anche un microfono, di cui il funzionario regolò l’altezza.

– Cerca ora di rilassarti, Richard. Ti saranno solo rivolte delle domande, e tu pensaci su bene prima di rispondere. Poi dì le tue risposte nel microfono. La macchina penserà al resto.

– Sissignore.

L’uomo gli battè un colpetto sulla spalla, e se ne andò.

– Pronto, – disse Dickie.

Una fila di luci si accese sulla macchina, un meccanismo ronzò. Poi una voce disse:

– Completa questa sequenza: uno, quattro, sette, dieci…

Il signore e la signora Jordan sedevano in soggiorno, senza dire una parola, senza nemmeno azzardarsi a pensare.

Erano quasi le quattro quando squillò il telefono. La donna cercò di raggiungere per prima l’apparecchio, ma il marito fu più svelto.

– Il signor Jordan?

Era una voce secca, dal tono sbrigativo, ufficiale.

– Sì, dite pure.

– Qui è il servizio Istruzione Popolare. Vostro figlio, Richard M. Jordan, ha completato l’esame governativo. Ci rincresce informarvi che il suo quoziente di intelligenza è risultato di 13,8 punti superiore al normale, per cui abbiamo dovuto procedere a norma dell’articolo 82, comma 5, del Decreto Legge 11-6-93.

La signora Jordan fece un urlo disperato, lacerante, perché le era bastato leggere l’espressione sulla faccia del marito.

– Potreste specificare per telefono – proseguì la voce impassibile – se desiderate che il corpo sia inumato a cura del Governo, o se preferite una sepoltura privata? Il costo di una sepoltura governativa è di dieci dollari.

da AA. VV., L’ora di fantascienza, Einaudi 1982